Un piano in tre mosse per mettere un argine alla conseguenza più drammatica della crisi: la perdita dei posti di lavoro. Gli ultimi dati diffusi dall’Istat segnalano che nel primo trimestre dell’anno, per la prima volta negli ultimi 14 anni, c’è stato un calo dell’occupazione, di 204 mila unità.
La cassa integrazione è in fortissima crescita (+ 330% a maggio rispetto a un anno prima, con 293 milioni di ore autorizzate) anche se siamo ancora lontani dal picco del 1984 (816 milioni di ore in un anno). Ma secondo molti esperti il peggio potrebbe arrivare in autunno. Di fronte a questo scenario il potenziamento degli ammortizzatori sociali con gli 8 miliardi per la cassa integrazione in deroga non basta più.
Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha quindi deciso di passare alla fase due con un pacchetto di misure per favorire il reimpiego dei lavoratori in cassa integrazione contenuto nell’articolo 1 del decreto legge approvato venerdì.
Vediamo le tre misure decise, tutte in via sperimentale, per il biennio 2009-2010, e le cui modalità di applicazione saranno contenute in successivi decreti del ministero del Welfare di concerto con quello dell’Economia.
La prima è finalizzata al rientro anticipato dei lavoratori dalla cassa integrazione. Essi possono essere impiegati dall’impresa di appartenenza in progetti di formazione o riqualificazione che «possono includere attività produttiva connessa all’apprendimento».
Insomma, l’azienda può rimettere in produzione i suoi cassintegrati purché nell’ambito di progetti formativi. In questo caso lo stipendio sarà pagato per l’80% attraverso l’assegno della cassa e l’impresa verserà solo il restante 20%. Per ottenere questo incentivo l’azienda deve però stipulare un accordo con i sindacati presso il ministero del Lavoro. Questa misura può essere particolarmente utile per quelle aziende che puntano su innovazioni produttive e di processo per uscire dalla crisi. Per i corsi di formazione sono previsti fondi per 20 milioni nel 2009 e 150 milioni nel 2010.
Il secondo provvedimento mira a favorire i lavoratori che vogliono mettersi in proprio. Quelli che sono destinatari di sostegni al reddito (cassa integrazione, indennità di mobilità) e che intendono formare una cooperativa o avviare un’attività di lavoro autonomo possono infatti chiedere l’erogazione anticipata in un’unica soluzione dell’ammontare non goduto dei sussidi.
Se per esempio un lavoratore è in cassa integrazione per otto mesi e dopo due mesi decide di licenziarsi e di mettersi in proprio, può ottenere come aiuto all’apertura della nuova attività la somma corrispondente ai sei mesi di cig restanti.
Infine, i contratti di solidarietà. La retribuzione dei lavoratori coinvolti in questi accordi sale dal 60 all’80% di quella che avrebbero percepito normalmente. Si punta così a incentivare uno strumento finora poco diffuso e che consente di tenere in attività tutti i dipendenti di un’azienda (evitando quindi la cassa integrazione) riducendo però il loro orario di lavoro e lo stipendio: in sostanza, tutti fanno un sacrificio ma nessuno rischia il posto.
Questo scambio non è però molto utilizzato proprio perché finora la busta paga si riduceva del 40%. Se invece diminuisce del 20% non c’è differenza rispetto alla cassa integrazione. C’è però un limite finanziario: il sostegno al reddito si potrà utilizzare entro il tetto dello stanziamento di 40 milioni per il 2009 e di 80 milioni per il 2010.
L’articolo 1 del decreto prevede infine il rifinanziamento con 25 milioni nel 2009 del raddoppio (da 12 a 24 mesi) della cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività. Come si vede si tratta di un pacchetto molto contenuto dal punto di vista dello stanziamento e per questo viene giudicato assolutamente insufficiente dalla Cgil. Ma questa volta, spiegano al ministero di Sacconi, non si trattava tanto di mobilitare risorse, perché questo è già stato fatto con gli 8 miliardi per gli ammortizzatori in deroga, bensì di favorire un uso più attivo degli stessi sussidi. Una linea che trova d’accordo la Confindustria e gli altri sindacati